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Brusciano, 13 settembre: il giorno nero della democrazia *

* Di Angelo D’Amore

BRUSCIANO - Nella sentenza del Consiglio di Stato è scritto che è pacifico ed accertato che i presentatori della coalizione Montanile erano il 4 settembre davanti all’ingresso del comune alle ore 12:00.

 

 Nella stessa sconcertante e sorprendente sentenza, in violazione della legge che prevede l’inammissibilità di un ricorso per escludere un candidato a Sindaco e sue liste d’appoggio, ammesse da una sentenza del TAR e dalla commissione mandamentale, ha negato con un colpo di mano il diritto di voto ad una parte maggioritaria del paese.

Nicola Romano e tanti altri candidati, militanti e sostenitori hanno scritto pagine appropriate e brillanti sulle capriole del personaggio Giacomo Romano nei frangenti appena trascorsi e sulla illegittima sentenza del Consiglio di Stato.

Io provo soltanto a raccontare la giornata nera toccata il  13 settembre 2021 a Giuseppe Montanile. Ma non dimenticherò quanto avvenuto a Roma, dentro palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, nella discussione sul ricorso di Giacomo Romano. Un ricorso fatto non per essere ammesso ma per escludere altri dalla competizione elettorale. Un ricorso che rinnega la democrazia partecipativa, fatto apposta per escludere Montanile e le liste a lui collegate dalla campagna elettorale. Insomma per  togliersi dai piedi non solo l’unico possibile avversario, ma un avversario ostico, scomodo anche dall’opposizione. Un candidato che avrebbe invece tolto Giacomo Romano dalla tranquilla condizione di candidato unico…

Non erano ancora le nove ieri mattina che Giuseppe Montanile è partito da Brusciano per Roma con la sua vettura, accompagnato da due suoi sostenitori. Era a Capua quando riceve la telefonata dell’avvocato Riccardo Marone che aveva scelto invece di raggiungere Roma con il treno. L’avvocato era allarmato poiché per cause tecniche i treni erano in ritardo di almeno un’ora e mezzo e gli comunicava che si stava determinando l’eventualità di un arrivo a Roma in ritardo.

Montanile esce dall’autostrada, imbocca la corsia opposta e torna veloce a Napoli dove imbarca in macchina alla stazione centrale il suo collegio difensivo e via di corsa a Roma, raggiunta appena in tempo per l’inizio della discussione al Consiglio di di Stato.

Tutto questo dopo una settimana stressante: la preparazione del ricorso al TAR; l’attesa del suo esito, impegnato in un rapporto continuo con candidati, sostenitori e cittadini, supportato dall’esito positivo del TAR; la difficoltà a depositare le liste alla segreteria comunale; in ultimo, l’attesa della decisione della commissione elettorale mandamentale. Quest’ultima aveva riscontrato che le liste e la relativa documentazione erano perfette e non manomesse dopo il 4 settembre, anche perché le liste erano state inviate al collegio legale che preparava il ricorso ed anche al TAR di Napoli.

 

A Roma quindi Montanile ci arriva un po’ provato e stanco, ma fiducioso. Certo però amareggiato dalla decisione dell’area delle liste civiche e del PD che, a fronte della decisione di riammettere le liste di Montanile, rimaneva in silenzio, probabilmente in attesa di un eventuale ricorso del Romano. Atteggiamento molto grave, solo se si pensa ad uno scenario caratterizzato da un possibile unico candidato a Sindaco, proveniente dall’estrema destra, erede di una famiglia da sempre ballerina sul piano della collocazione politica, alla ricerca di partiti e candidati di potere, i più utili ai loro affari,  da sostenere ed eleggere.

Arrivati a Roma, dopo qualche minuto ed i preliminari di rito come da prassi, il presidente dà la parola agli avvocati di Romano. A parlare è un avvocato salernitano  chiamato ad illustrare il contenuto del suo ricorso. Dopo alcuni minuti dedicati dal legale ad aspetti marginali dell’udienza, il presidente lo interrompe e gli chiede: “Avvocato! La prego di concentrarsi sulle valutazioni e sulle argomentazioni che riguardano la sua tesi secondo la quale il ricorso al TAR è da ritenere inammissibile”

Ma l’avvocato continua a ritornare sui punti già trattati (ritardo e presunta incompletezza delle liste cose non provate e non certificate.

 Il presidente sollecita l’avv.to di Romano a rispondere alla sua domanda. Quello disattende e il presidente lo zittisce, gli toglie la parola e la passa all’avv.to di Montanile, Riccardo Marone. 

Ed è proprio l’avv.to Marone che si sofferma sull’ammissibilità del ricorso di Montanile al TAR e sulla sollevata presunta incompletezza delle liste, ipotesi che si poteva verificare solo se le liste, rispettando le disposizioni ministeriali e prefettizie, fossero state accettate il 4 settembre dal segretario comunale. L’avv.to Marone conclude chiedendo al Presidente di riconoscere la legittimità della sentenza del TAR e di rigettare il ricorso di Romano. A queste conclusioni il Presidente non oppone osservazioni né chiede precisazioni.

 

La discussione si chiude verso le ore 13:30. Il tempo per rilevare che l’avvocato del Romano è scappato via dopo il suo intervento. E’ forse preoccupato per il fastidio manifestato dal Presidente nei suoi confronti? Teme che la sua condotta ha messo in discussione certezze acquisite sull’esito? Sarebbe interessante appurare dove sia andato, a chi abbia telefonato, cosa abbia attivato nel frattempo. Se avessimo la risposta potremmo forse far luce sui nostri interrogativi.

 Quel che purtroppo sappiamo è che, nelle tre ore trascorse tra la conclusione della dibattimento ed il deposito della sentenza a sorpresa, si è passati dall’attesa fiduciosa di Montanile e dei suoi avvocati allo sconcerto per una sentenza in forte contrasto con la discussione fatta.

 

Una contraddizione talmente forte da rendere legittimo il sospetto di un condizionamento dall’esterno e dall’alto. Di una sentenza scritta a prescindere dal merito della discussione giuridica fatta nel ricorso e nella memoria difensiva di Montanile.

Questa sentenza piena di enormi contraddizioni appare manifestamente sbagliata siamo per questo pensando chi potrebbe chiarirne il perché.

 

Un abuso che ha spazzato via la partecipazione popolare di una consistente parte della popolazione onesta e laboriosa. Questi cittadini volevano riprendere il cammino del cambiamento per la rinascita della città, precipitata nel disastro economico, sociale e morale da venti anni di affarismo e corruzione.

Il colpo è talmente forte che ci parla di un paese ormai fuori dai valori costituzionali. Tuttavia noi continueremo a lottare per contrastare l’inevitabile fondo paludoso e melmoso che questi colpi di mano preparano.

* Di Angelo D’ Amore


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